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Mi Chiamo Francesca Celentano

Sono una psicologa psicoterapeuta specializzata in psicoterapia sistemico-familiare.
Nel mio studio privato, situato nel centro di Genova, mi occupo di percorsi individuali con adulti e adolescenti, oltre che di terapia di coppia e familiare.

Il mio lavoro parte dall’idea che ogni persona sia parte di una rete di relazioni che la influenzano e la sostengono: per questo, in terapia, cerco di esplorare insieme ai pazienti non solo i sintomi o le difficoltà, ma anche le connessioni, le storie e le risorse che li accompagnano.

Sono coordinatrice del gruppo di lavoro di Psicologia di Comunità dell’Ordine degli Psicologi della Liguria, ruolo che mi permette di approfondire il legame tra benessere individuale e contesto sociale.

Accanto all’attività clinica, mi occupo anche di formazione aziendale su temi come gestione dello stress, gestione del tempo, empowerment e lavoro di gruppo.
Credo in una psicologia viva, capace di dialogare con i cambiamenti del mondo: per questo sono in costante formazionee mi interesso dei nuovi ambiti di applicazione della psicologia, dal lavoro online alle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale.

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Il posto che occupiamo in famiglia: ruoli, legami e libertà

  • Immagine del redattore: Francesca Celentano
    Francesca Celentano
  • 31 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min


Nella prospettiva sistemico–relazionale, ogni individuo nasce e cresce all’interno di un sistema: la famiglia. Non siamo isole separate, ma parti di una rete di relazioni che, nel tempo, costruisce il modo in cui pensiamo, sentiamo e comunichiamo. In questo intreccio, ognuno trova — o riceve — un posto, un ruolo che contribuisce all’equilibrio familiare. Questo posizionamento non è mai casuale: risponde a bisogni, tensioni, alleanze e fragilità che attraversano la storia della famiglia.

A volte, quel ruolo è comodo e protettivo; altre volte diventa una gabbia da cui è difficile uscire, anche da adulti.

I ruoli familiari: quando l’equilibrio diventa vincolo

In ogni famiglia, i ruoli non sono scelti liberamente, ma emergono come strategie adattive.Un figlio può diventare il mediatore tra i genitori in conflitto, un altro il ribelle che attira su di sé la tensione, un altro ancora il bravo o la responsabile che tiene tutto insieme. Queste posizioni servono a mantenere la stabilità del sistema, a evitare rotture o esplosioni troppo dolorose.

Il problema nasce quando il ruolo, invece di essere una funzione temporanea, diventa una parte fissa dell’identità. La “brava figlia” continuerà a occuparsi di tutti, anche da adulta; il “ribelle” continuerà a sabotare ogni forma di autorità; il “confidente” diventerà un partner iperaccudente o, al contrario, incapace di fidarsi.

In altre parole, ciò che è nato per proteggere la famiglia può trasformarsi in una trappola personale.

Le investiture invisibili

Nelle famiglie agiscono anche delle investiture silenziose, aspettative che non vengono dette ma che orientano profondamente i comportamenti. Un genitore, ad esempio, può affidare inconsapevolmente a un figlio il compito di essere il proprio alleato o confidente, soprattutto quando la relazione di coppia è tesa o distante. Oppure un figlio può sentire di dover proteggere un genitore fragile, assumendo precocemente un ruolo adulto.

Queste dinamiche, descritte da autori come Boszormenyi-Nagy, sono forme di lealtà invisibile: vincoli di fedeltà affettiva che spingono a rimanere fedeli a certi copioni, anche a costo della propria libertà. Un figlio può non sentirsi libero di essere felice se la madre ha sofferto molto, o può sabotare la propria autonomia per “non abbandonare” chi è rimasto indietro.

Posizionamento e comunicazione

Il ruolo che assumiamo in famiglia influenza anche il nostro modo di comunicare.Chi ha sempre mediato tenderà a evitare i conflitti; chi ha difeso qualcuno potrà sviluppare una modalità protettiva o controllante; chi si è sentito invisibile comunicherà spesso in modo indiretto, ironico o remissivo.

La scuola di Palo Alto ha messo in luce che ogni messaggio non trasmette solo un contenuto, ma anche un metamessaggio relazionale: dice qualcosa su “che posto occupiamo” rispetto all’altro.Così, un semplice “va tutto bene” può in realtà significare “non voglio preoccuparti” o “non mi sento libero di dirti la verità”.

Il concetto di differenziazione del Se (Bowen)

Murray Bowen, uno dei fondatori della teoria sistemica, ha introdotto il concetto di differenziazione del Se per descrivere la capacità di una persona di mantenere un equilibrio tra autonomia e appartenenza.

Essere differenziati significa riuscire a pensare e sentire in modo autonomo, pur rimanendo in relazione con gli altri.Una persona poco differenziata tende invece a fondersi emotivamente con il sistema familiare: i pensieri, le scelte e persino le emozioni sembrano dipendere da quello che gli altri si aspettano o provano.

Molte difficoltà relazionali nascono proprio da qui: quando non riusciamo a distinguere dove finiamo noi e dove comincia l’altro.Il figlio che si sente in colpa nel prendere le distanze dalla madre, o il genitore che non riesce a lasciare andare i figli, vive un basso livello di differenziazione.L’obiettivo non è “staccarsi”, ma restare in relazione senza perdersi.

In terapia, favorire la differenziazione del Sé significa aiutare la persona a riconoscere il proprio ruolo nel sistema, a comprendere da dove deriva, e a scegliere — finalmente — se mantenerlo, modificarlo o lasciarlo andare.

Quando il ruolo diventa destino

Molti adulti continuano a vivere secondo copioni familiari che non hanno mai davvero scelto. C’è chi continua a “salvare” tutti, chi non riesce a chiedere aiuto, chi si sente sempre in dovere, chi teme che se smette di occuparsi degli altri succeda qualcosa di terribile.

In questi casi, il ruolo ha smesso di essere una funzione ed è diventato un destino relazionale.È proprio qui che il lavoro terapeutico può aprire spazi di libertà: comprendere il senso che quel ruolo ha avuto, riconoscere le paure legate al cambiamento, e creare un nuovo modo di stare in relazione.

Il lavoro terapeutico sul posizionamento

Nel modello sistemico, il terapeuta aiuta la persona, o la famiglia a rendere visibile la struttura invisibile delle relazioni. Durante le sedute diventa possibile osservare come i comportamenti individuali si intrecciano con le dinamiche familiari.

Il cambiamento non avviene rompendo il sistema, ma trasformandone le regole implicite. Quando un membro della famiglia riesce a posizionarsi diversamente — ad esempio smettendo di fare da mediatore o prendendosi il diritto di esprimere rabbia — anche gli altri iniziano, gradualmente, a muoversi in modo diverso.

Ogni piccolo spostamento produce un riequilibrio dell’intero sistema.

Dalla consapevolezza alla libertà

Comprendere il posto che abbiamo occupato nella nostra famiglia d’origine non serve a trovare colpevoli, ma a comprendere come siamo diventati ciò che siamo.Dietro ogni ruolo c’è una forma di amore e di lealtà, anche se a volte dolorosa o distorta.

Riconoscere il proprio posizionamento è il primo passo per scegliere chi vogliamo essere oggi: non più solo figli, mediatori o salvatori, ma persone capaci di costruire relazioni fondate sulla libertà, sulla responsabilità e sulla differenziazione.

“Non possiamo cambiare la famiglia in cui siamo cresciuti, ma possiamo cambiare il modo in cui continuiamo a viverla dentro di noi.”

 
 
 

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